Critical texts

Testo di Chiara Lanzi per la mostra “Finalmente non sono Qualcuno”.

Una crisi di rabbia incontrollabile. E poi una gran paura di poter perdere completamente il controllo, combinando qualche cosa di irrimediabile.

Forse però gli automatismi cui la tecnologia ci sottomette sono ancora più subdoli e violenti delle umiliazioni a cui ci inchiodano talvolta i rapporti umani e così, in quello stato furibondo, mi fu comunque possibile sentire – inconfondibile e caustico – il suono di notifica con cui il telefono mi indicava l’arrivo di una nuova email.

Era un WeTransfer, contenente i file mp4 che Alessia Zuccarello e Alessandra Barilla, le due artiste che si nascondono dietro l’acronimo AZAB, mi avevano inviato per programmare l’allestimento in Gipsoteca del loro contributo a La via del Sale.

Un po’ barcollando, con la testa frastornata, andai comunque al computer – forse per istinto di salvezza o forse per pura meccanicità – ad aprire il primo video.
Immediatamente sentii una luminosa forza vitale che si spandeva dal plesso celiaco, un flusso caldo e avvolgente che si diramava in tutto il corpo. Quelle immagini in movimento, quei suoni, mi stavano curando con potente immediatezza.

Ecco come – per la prima volta – ho incontrato AZAB.

Subito fu un’istintiva fascinazione ipnotica a funzionare.
Solo più tardi, riconquistata la lucidità, mi sarei accorta che quel video raccontava puntualmente la mia orribile crisi di rabbia e la possibilità di superarla facendola diventare qualcosa di “importante fino a ieri”.
A quel punto, con senso di gratitudine, decisi di “fare outing” descrivendo via email questo episodio alle due artiste. Ancora non ci conoscevamo di persona ed ero consapevole che il racconto dell’accaduto avrebbe potuto essere giudicato come frutto di una mente strampalata… per fortuna non fu così… quando l’incontro divenne “vero” e non più solo tecnologico, ormai potevo sentire per Alessia Zuccarello e per Alessandra Barilla un senso di affetto e intimità di lunga data: con loro avrei potuto dare per scontate mille questioni.

Due donne (finalmente) che (guarda un po’) riescono a portare con séun’ondata di umanità, di cura e di amorevolezza.

Lo sento proprio così l’apporto di AZAB nel dialogo con la Gipsoteca: un rimedio caldo e curativo, che arriva in aiuto a chi sta cercando sollievo alla propria affezione.

Proprio non ci riesco a non traslare quell’episodio personale alla situazione attuale del museo. E’ parecchio ormai che durante lezioni, articoli e conferenze – a costo, anche in questo caso, di passare per una mente strampalata – sostengo che la gipsoteca poggia su basi penose e ammalate (la damnatio memoriae cui è stato sottoposto Giulio Monteverde, la trascuratezza per le sue volontà, l’insensibile freddezza per la sua magnificenza, lo sfregio subito dai suoi modelli in gesso, tanto per citare le questioni più angosciose) e che la strada da percorrere per un pieno risanamento è quella di una riconquistata umanità fatta di premura e di affetto.

Ma scendiamo di più nel lavoro di AZAB e proviamo, nel contempo, a passare dalla sfera del vissuto personale e da quella assai specifica della gestione di un “piccolo” museo comunale, a una visione di carattere generale. Alessia Zuccarello e Alessandra Barilla – con il proprio gioco artistico che annulla ruoli e confini, in cui (come dicono loro stesse) “la danzatrice diventa regista e storyteller e la videoartista prende il ruolo di coreografa e danzatrice” – puntano il dito contro una “patologia” diffusa e grave del nostro tempo: il pensiero duale che ci fa sentire separati da tutto il resto, non connessi agli altri esseri, individualisti, egocentrtici e importanti solo per noi stessi. AZAB affonda le mani nel Sé collettivo che èfatto di un sentire comune e profondamente umano, al di là di qualsiasi differenza superficiale.

La crisi di rabbia raccontata dal loro primo video si placa dolcemente nell’incontro tra due corpi, nel riconoscimento dell’altro, nella reciproca rivelazione di “piccole” miserie umane, nella cura amorevole che ci culla come un grembo materno, nell’ironia di un gioco condiviso. La monocromia algida dei toni assimila fortemente il video alla collezione statuaria del museo e quei gesti rabbiosi, qui manifestati, appaiono sorprendentemente anche episodi di furia iconoclasta (rappresentando simbolicamente e terapeuticamente l’oltraggio che i gessi monteverdiani hanno subito).

Il secondo video insiste su occhi pieni di dolore e di lacrime e viene proiettato in una sala che allestisce i monumenti funerari di un architetto, di un nobiluomo e di una madre rimasta a piangere figli e nipoti strappati via d’un tratto da un’epidemia. Quegli occhi – ed èuna dote prevalentemente femminile – sfogano la tristezza in lacrime, la lasciano fluire; non la trattengono, non la pervertono con un rifiuto; ma la riconoscono, la accettano come un talento (a “big art”) che è sempre stato dentro di noi.

Il terzo video segue una contorsione di corpi. Corpi in cerca di una semplice forma di intonazione e compostezza ancora non trovata. Ma da quella scomposta ricerca sboccia un gesto sublime di mani pronte a creare. Dalla pena, cui il corpo si abbandona, sgorga un nucleo spirituale di creatività e di empatia: “sì lo so tu sei stata con me prima di ogni pensiero”.

Con quella torsione di corpi (corpi che si divincolano, corpi che si abbandonano) e con quell’anelito di mani (mani che ti abbrancano, mani che si protendono), proprio in questa sala, si manifesta nella maniera più risonante il gioco formale del dialogo con la gipsoteca e con il suo scultore, talvolta capace di vere e proprie contorsioni cerebrali (massimamente in Idealità e materialismo che è l’opera/ travaglio di una vita).

Il contributo di AZAB alla ricerca di frammenti della nostra profonda umanità – al di là della rabbia, del dolore, del contorcimento – meritava di essere meditato e ampliato: e così da La via del sale è nato un dialogo più approfondito che ha esposto altri lavori fotografici: alcuni “congelano” i momenti più significativi delle video-installazioni, come il gesto rabbioso che è anche furia iconoclasta, altri le ampliano in nuove immagini suggestive, come l’abbandono nel dolore, fino alla fuga finale nel verde, che forse è scoperta della nostra vera natura umana.

 

Testo di Marco Enrico Giacomelli per la mostra “La via del sale”.

Alessia Zuccarello e Alessandra Barilla: dalle loro iniziali nasce l’acronimo AZAB. E dalla loro collaborazione nascono opere che fanno intersecare fotografia, videoarte e performance. Fra i gessi di Giulio Monteverde, in una gipsoteca che già di per sé è un miracolo di tenacia e sano legame con il territorio, tre video narrano poeticamente della ricerca di sé. Senza dogmi e senza imposizioni, con la grazia del movimento e la fermezza della musica. Un progetto che un utilizzo frusto, logoro del linguaggio definirebbe “a quattro mani”. Soltanto che in questo caso le mani c’entrano fino a un certo punto, se non le si considera parti di un corpo. Un corpo che palpita e si contorce e danza, senza alcuna forzatura stucchevolmente sperimentale, senza dimenticarsi quanta animalità – sia la benvenuta! – abiti il nostro comportamento, la nostra relazione con gli altri e prima di tutto con noi stessi. E allora la sfida si trasferisce anche nei ruoli assunti dalle due artiste: capita in tal modo che la danzatrice assuma le vesti della regista, mentre la videoartista performa; capita che l’una racconti e l’altra coreografi. Per dar vita a un processo di indagine interiore che si svolge nella forma di un trittico video dal titolo Finalmente non sono qualcuno; un percorso che non è solo metaforico, poiché letteralmente attraversa la gipsoteca, abitando tre delle sue sale.

Testo di Alessandro Benso, Ignazio Agosta, Matteo Tortone per la mostra 2015- Viaggio sulla Terra “.

ALESSIA ZUCCARELLO si dedica al video e alla fotografia, cresciuta a Torino artisticamente, rielabora le immagini condividendo con lo spettatore il momento dell’essere. Negli anni settanta Gina Pane anticipo’ l’uso sequenziale degli organi del corpo per suggerirci uno stato d’animo, una strada; Francesca Woodman fotografa il corpo femminile in relazione con l’ambiente naturale o architettonico circostante, con cui si fonde; Alessia Zuccarello, interviene nella vita quotidiana fatta di sequenze di emozioni, immagini, stimoli.
Il corpo e’ il tempo, lo spazio formale di un’esistenza. Una ricerca intima che coglie nello scarto minimo il cambiamento della percezione del sé e il senso stesso di uno sguardo: un battito di ciglia.

Testo di Andrej Mussa per i ricettari d’arte.

Alessia Zuccarello, attraverso la sua opera artistica strutturata prevalentemente attraverso i video, racconta con gesti e linguaggi del corpo, ricchi di spiritualità ed emozioni, il vissuto di figure femminili. Il corpo interagisce con lo spazio nero, buio, che lo circonda. La materia oscura dell’universo. Una zona buia, ancora sconosciuta, capace di divorare e nascondere i nostri volti quotidiani…

Testo di Alessandro Trabucco dal catalogo della mostra “Allarmi”

Alessia Zuccarello realizza video di grande intensità espressiva concentrando l’attenzione sul corpo e sulla sua condizione di “involucro emozionale”. Corpi nudi, dai colori saturi e posti su di uno sfondo scuro, inscenano il loro dramma esistenziale, mostrano i loro affanni, le loro debolezze. Nella doppia proiezione video, intitolata 7Vite, due personalità identiche nella forma ed opposte nel carattere si fronteggiano in un serrato confronto dal tragico epilogo. Un auto annientamento, un omicidio-suicidio simbolico che ben rappresenta le ansie, le fobie e le intolleranze dell’epoca attuale, tanto intense da scatenare un’irrestabile catena di reciproche insofferenze, persino contro se stessi.

Testo di Alessandro Trabucco dal catalogo della mostra “SIRENE – Geografie del mare”

Alessia Zuccarello è autrice sensibile di video delicati ed intimisti. Il suo interesse è concentrato prevalentemente sul corpo e la sua ricerca è un’indagine sulle profondità più intime, i sentimenti più nascosti, l’essenza pura del soggetto ripreso, che diviene il simbolo universale dell’umanità. I suoi video sono efficacemente caratterizzati da immagini a bassa risoluzione, tipiche della tecnica home made, e da riprese ravvicinate che permettono di evitare un descrittivismo sterile fine a sé stesso.

Testo di Ivan Quaroni dal catalogo “Sorsi di pace”

Realizza video e fotografie in cui indaga, con estrema delicatezza, il tema del rapporto tra corpo e psiche.
Il suo linguaggio visivo è semplice, ma estremamente efficace.
L’artista si avvale d’immagini a bassa definizione, di tecnologie low-fi e d’inquadrature spesso ravvicinate, per sottolineare risvolti esistenziali ad alta densità emotiva.
Diversamente da altri artisti contemporanei che trattano tematiche legate al corpo, Alessia Zuccarello non usa toni forti e scioccanti, preferendo piuttosto modalità espressive più discrete. Nei suoi video, infatti, si avverte una vena lirica, ma non sentimentalistica, tutta tesa all’esplorazione di una realtà ordinaria, di una dimensione capace di svelare le inquietudini e i turbamenti dell’esistenza.
Quelle narrate dall’artista torinese sono storie brevi, rapidi flash che illuminano segni e gesti minimi, strappandoli alla banalità del quotidiano.

Testo di Elena Volpato per il catalogo “VIDEO.IT”

Ce lo hanno raccontato Brakhage e Kubrik e mille altri: il cosmo infinito può cullare il piccolo corpo di un neonato.
Lo spazio e il futuro a molti sono parsi dimensioni coincidenti di un medesimo sguardo di speranza. Se però ci allontaniamo della naturalezza inconsapevole del corpo di un neonato per proiettare nello spazio il corpo di un adulto, quella rassicurante familiarità originaria sembra infrangersi contro il filtro tecnologico, contro la superficie di uno scafandro spaziale.
La cosmonauta di Alessia Zuccarello si perde nell’estraneità del proprio corpo prima ancora di potersi perdere nell’estraneita dello spazio.
La tuta bianca che deve indossare riproduce la morfologia umana: gambe, braccia, busto e un’apertura per la testa, ma la cosmonauta non riesce a vedere in quel doppio svuotato del suo corpo un’immagine coincidente con il sé, perciò resta prigioniera di una camera di decompressione che rimbomba degli infiniti vuoti che la attendono fuori, oltre le pareti, ma che continua a premere contro il suo corpo che gira e rigira su se stesso senza riconoscersi.

Testo di Norma Mangione per That’s Art – NewsLetter n° 69, 4 Marzo 2005

Lives and works in Turin, Italy. Using video and photography she creates environmental installations having as a main subject the body, intended as the place where the strongest emotions were born. Body’s fragments are getting rid of life’s formalities and appearances, focussing on the most hidden feelings. Sometimes dramatic, some others more connected to erotism, to the exploration of her own body and of her own subjectivity.

Usando il video e la fotografia realizza installazioni ambientali in cui il soggetto è il corpo, inteso come luogo d’origine delle più forti pulsioni emotive. I frammenti dei corpi sono spogliati dalle formalità della vita quotidiana, dalle apparenze e vengono messi a fuoco i sentimenti più nascosti e a volte drammatici, altre volte più legati all’erotismo, all’esplorazione del proprio corpo e della propria soggettività.

Testo di Norma Mangione per “ALLARMI- Zona creativa temporaneamente valicabile”

I video di Alessia Zuccarello, realizzati con tecnologie Home-made e con una costruzione pittorica e teatrale, sono storie “minime” fatte di gesti, di respiri, di corpi che si muovono in spazi onirici e in tempi rallentati…

Testo di Francesco Bernardelli per “NUOVI ARRIVI”

E’ proprietà risaputa del video la registrazione in tempo reale di significative porzioni di realtà. Sintomatica in tale proprietà. _ la forte impersonalità che riesce a trasmettere l’occhio scrutatore. Ma attraverso l’accumularsi di “tranches de vie”, si concretizzano immagini che rispecchiano la vita nel suo corso. Un simile fine, anche se ricercato ed ottenuto nei modi più vari, difficilmente tende verso una qualche forma di climax, di acme manifesto. Nel recente lavoro di Alessia Zuccarello nove momenti nel corso di una vita in evoluzione, di un’attesa particolarmente pregnante (una gestazione), registrano altrettante “attese”, tagli sincronici di un processo che fa dell’effimero l’essenziale: l’apparente monotonia e la somiglianza d’ogni momento con il successivo, sono in realtà brevi assaggi di una manifestazione di transitorietà così ricca, profonda, interiore, che non può che risultare invisibile, in realtà ….indivisibile. L’aver estrapolato, selezionando a intervalli regolari (e in condizioni identiche) momenti uguali tra loro, permette di affrontare con occhio lucido il latente contrasto insito nella rappresentazione, nell’immaginazione esistente fra identità e trasformazione. Ancor meglio, si potrebbe parlare della distanza, perfino abissale, che sappiamo essere in atto in ogni gesto mirato a compiere l’impossibile, a fermare l’inarrestabile, a definire la forma fluens. Il tempo orizzontale della semplice progressione cronologica viene confrontato con un tempo verticale, tutto interiore, racchiuso, abitato più che descritto nella presenza fisica del corpo.L’operazione racchiusa dal progetto con, su e contro il tempo di Zuccarello e spasmodica attenzione a quegli attimi occasionali, “puntuativi”, irripetibili proprio perché ordinari eppure fuggevoli che solo nella continua, illimitata loro successione creano la possibilità di godere di una prospettiva e di una capacità di visione complessiva. Ecco che così esplicitata in modo palese, invece che sotterraneamente camuffata, la rappresentazione risulta essere presenza forte e impositiva. Non c’è possibilità normativa, ordinatoria ne’ catalogatoria ma solo e soprattutto sguardo in profondià capace cioè di situare l’hic et nunc sociotemporale in un corpo reale, fisico, negando simbolismi e metafore per estrarre piuttosto la concretezza di un incontro possibile: quello ottenuto tra segni fisici, individuati, ricomposti, in un orizzonte empiricamente definibile e circoscrivibile (attraverso l’esempio della scelta “artistica”), lo spazio fisico dell’esperienza. L’antico tema del ritratto, celebrato e declinato attraverso secoli di pittura, e ancora in anni più recenti, ricomincia perï ad accumulare graduali variazioni e poi sempre più sicure interpretazioni che hanno rinnovato il tipo di considerazione un tempo adottata parlando di autoritratto.Sempre più sono venuti evidenziandosi tratti nuovi in forma di decisi allontanamenti verso strade che intendessero giocare con un gusto per le rielaborazioni, più – meno fittizie, di caratteristiche psico-somatiche, psicologiche nell’ ambito di quell’attenzione all’Io profondo che anche solo intuitivamente chiunque sa di possedere. Ecco quindi che si tende a dare regole diverse. Il gioco al camuffamento e alla metamorfosi. E’ stata caratteristica principale della grande stagione post-moderna, e innumerevoli sono stati i contributi a una figurazione diversa: ora posta più vicina a un’immedesimazione più profonda, ora invece intenzionata a rivestire panni fittizi e creativamente reinventati.Le strade si sono perï ulteriormente differenziate, sovrapponendosi esigenze di fedeltà ritrattistica comunque spesso tradita a rimescolamenti con fantastiche invenzioni. I toni descrittivi gradualmente venutisi ad aggiungere, strada facendo, hanno offerto un campionario sempre più aperto su suggestioni di impronta “fittizia”. Un “fittizio” più ambiguo. I gradi di invenzione, i margini di trasformazione e le soluzioni adottate hanno cominciato a trasmettere ipotesi di altri Io, diversificati, trasformati, in un insieme che dell’impronta seriosa dell’operazione concettuale non recasse più che lontani echi ora radicalmente sovvertiti e ribaltati. L’insieme di convenzioni alla base delle nostre capacità idendificative sembra allargarsi per ospitare esperienze ibride, contaminate da influssi di provenienza diversa. Non che mancassero già negli anni ottanta i diretti riferimenti ai grandi modelli comunicativi, vettori dei simboli presi, ripresi e paradodiati (moda, storia dell’arte, etc.); nel lavoro di Alessia Zuccarello l’attenzione ai codici rappresentativi sembra porre rimandi subito persi – resi inservibili da compresenze disturbanti. L’atmosfera “amniotica” che circonda le figure immerse nei suoi lavori e ribadita da precise scelte di inquadratura, focale e uso del sonoro. Gli echi, le ripetizioni i cut-ups che si succedono a sorpresa accumulano momenti di accelerazione a parti di stasi.

Testo di Dario Salani su ARTE E CRITICA, anno VI n° 24 ottobre/dicembre 2000

Alessia Zuccarello realizza immagini che si riferiscono al proprio corpo, tra immaginario intimo ed assunto erotico. La comunicazione è corporea e sessuale, con sbalzi d’intenzionalità che spaziano dalla provocazione, dall’eccitazione erotica, ad una dimensione decisamente più interiore e introspettiva.

Testo di Dario Salani  per “IN-SIGHT. Videoarte e oltre “

Da alcuni anni l’arte contemporanea riflette i dubbi e le incertezze esistenziali e sociali delle nuove generazioni. Le attuali problematiche sono messe in evidenza dagli artisti che, indipendentemente dal mezzo espressivo utilizzato – sia esso pittura, scultura, fotografia, installazione o video- , rivendicano ed esorcizzano le proprie ansie, le inquietudini ed i sentimenti interni, riflessi su una situazione globale, generalizzata e massificata.
Questo primo appuntamento della rassegna In-sight.Videoarte e oltre, propone due autrici che pur nelle loro specificità ed eterogeneità di linguaggio, nutrono alcune affinità per temi trattati, soggetti e soprattutto per contenuti espressi. Alessia Zuccarello, con tono decisamente introspettivo ed intimista, proietta una dimensione interna corporea, legata alla comunicazione sessuale, in un momento storico in cui nei mass media vi è un’inflazione dell’erotismo e della sessualità.
Torinese, con il progetto Unnha Donna, rivolge la propria attenzione all’universo intimo femminile, rivolto non tanto a sé stessa quanto alla condizione dell’essere donna. Le sue immagini, composte da dettagli di corpi (seni, gambe, braccia, visi, natiche, piedi, bocche), sono elaborate, alterate, deformate, rallentate, montate in loop, con un apporto sonoro d’atmosfera decisamente ambient, capaci di suscitare nello spettatore una forte carica emotiva, fatta di sensualità ed erotismo, in una sorta di sublimazione della sessualità che diviene a tratti ipnotica e febbrile.

Testo di Donatella Galasso per “INCONTRI A VERDUNO”

Nel percorso di Alessia Zuccarello il video rappresenta il mezzo privilegiato per la produzione di immagini, in cui la composizione e l’uso del colore sono determinanti. L’attenzione dello spettatore si focalizza su particolari fisici come mani, piedi e bocche, gesti lenti e atmosfere catartiche nelle quali le immagini fluiscono lentamente.L’intimità di questi soggetti diventa di pubblico dominio, l’artista cerca di superare il pregiudizio sull’uso del corpo femminile, presentandolo in tutta la sua semplicità e corporeità, avvalendosi proprio del video come mezzo dotato di un’alta capacità di moltiplicazione delle immagini. La ripetitività del quotidiano e dei suoi gesti trova nella natura dinamica del video un’efficace forma di rappresentazione che sembra rinnovarsi di continuo, proprio per il ripetersi, quasi ossessivo, di azioni, movimenti e attese. Video per installazioni ambientali e sonore e grandi fotografie di frame estrapolati da video, rappresentano il processo evolutivo del lavoro, fermando l’immagine nel suo divenire.